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La danza nell’antichità: i nostri antenati ballavano?

Non si può stabilire un ‘inizio’ in senso cronologico della danza. Piuttosto la danza è insita nell’uomo, già nel grembo che lo accoglie, con i primi movimenti e i primi vagiti.
Ma l’arte coreografica, così come la conosciamo oggi, era certamente sconosciuta nei primi secoli dell’umanità.
L’uomo primitivo, vagando alla ricerca di cibo, non poteva sapere nulla di posture e movimenti che si esprimono attraverso rigorose leggi ritmiche.
Tuttavia, è verosimile che, ancora prima di formulare un linguaggio organizzato e comunicare attraverso la scrittura, l’uomo ha sentito l’esigenza di danzare per esprimere emozioni e dar sfogo alla propria natura.


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L’uomo primitivo e il rapporto con la natura

Un gesto spontaneo e non ancora trasformato in una dimensione ludico-rituale, l’uomo primitivo immerso nella natura ne coglieva i tratti per trasformarli in esche per la cattura della selvaggina. L’uomo diventa un’esca mobile travestendosi da animale, infilandosi pelli, coprendosi la testa con maschere e, così camuffati, imitano i gesti dell’animale.
Camminano come l’animale che vogliono catturare, ne rifanno il verso: ed è qui che si può collocare la nascita del teatro.

Il teatro quindi è la dimensione più ampia della rappresentazione che, nelle culture primitive, era un connubio di imitazione del mondo reale, danza e musica e solo successivamente le varie culture hanno determinato una separazione netta tra questi linguaggi, strutturandoli e codificandoli in modo preciso.
Tuttavia, ancora oggi in culture non occidentali, questo smembramento non è mai avvenuto.


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Pertanto, risulta assai difficile isolare la danza e la sua collocazione agli albori dell’umanità senza contestualizzarla in uno spettro d’arti più ampio come il teatro che, come tale, prevede anche, in modo più o meno consapevole, l’individuazione di uno spazio scenico e di una ambientazione scenografica.
L’uomo primordiale attribuisce un significato “magico” a tutto ciò che gli occorre per la sua sopravvivenza: dalle attività quotidiane come la caccia, agli oggetti come ad esempio i materiali per costruire utensili.


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Anche il paesaggio che lo circonda e i fenomeni atmosferici che lo pervadono diventano in qualche modo magici, animati.
Si attribuisce pertanto un principio vitale, l’anima, a forme inanimate che assumono in questo modo, ai loro occhi, un potere, una forza che presto trasforma il culto dell’anima in una prima forma di pensiero religioso. Queste forze bisogna tenersele amiche offrendo sacrifici e onorandole con cerimonie creando così una tensione verso il sacro-rituale. In questa dimensione rituale del dramma, la danza rappresenta la parte più importante.
Ma quando gli uomini iniziano ad organizzarsi in clan e in tribù è necessario eleggere un capo, e così, come avviene tra i vivi, avviene anche tra i morti, che avranno i loro capi, gli dei.
Si creerà ben presto un filo conduttore per trasmettere il mito e il messaggio dagli Dei agli uomini allora il culto del dramma inizia a strutturarsi ed a non essere isolato al ruolo di lode e implorazione.


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Possiamo, chiudendo gli occhi, immaginarci questi uomini organizzati in tribù che preparano i loro costumi, le maschere, che si muovono secondo un ritmo prestabilito, che provano e riprovano i loro gesti danzanti e corali del dramma in uno spazio definito che oggi chiamiamo spazio scenico e che allora poteva essere un luogo protetto dalle intemperie come una caverna oppure un luogo aperto.
Possiamo immaginarci che ognuno di questi uomini aveva un ruolo ben definito all’interno del gruppo sia in termini di status sociale che di competenza artistica.

E se è vero che l’arte plastica inizia con le prime civiltà preistoriche dove vengono rappresentati atti della vita quotidiana è vero anche che tra queste figure rupestri l’atto del movimento viene rappresentato come parte di ciò che queste culture vivevano nella vita di tutti i giorni.


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